Elzeviri e racconti - LAUDOMIA BONANNI

Vai ai contenuti

Menu principale:

Elzeviri e racconti

Il Castello cinquecentesco, altro luogo aquilano descritto dalla Bonanni.
 
 
 

La collaborazione di Laudomia Bonanni con quotidiani e riviste conta circa 1250 tra articoli e racconti, catalogati dall’Associazione Internazionale di Cultura «Laudomia Bonanni».
All’inizio degli anni ’30 l’esordio, con la rivista «I Diritti della scuola» dove pubblicò racconti per l’infanzia e le prime osservazioni di cronaca scolastica, raccolti successivamente, solo in parte, per le case editrici Bemporad e Bompiani.
Questa rivista fu per lei una fucina di formazione e la collaborazione durò fino agli anni ’70, tanto da farle scrivere, sulla stessa rivista, nel dicembre 1964:


                  Mi resi conto di una cosa, che da scrittrice affermata, collaboratrice di riviste
                      nazionali e terze pagine di quotidiani nazionali, senza venir meno a un
                      anticonformismo certo spregiudicato, non avevo mai provato o trovato, difficoltà
                      a continuare con «I Diritti» in assoluta libertà di espressione e scelta degli argoment
i.

                   

Altri articoli sui giornali del periodo fascista si protrassero fino alla catastrofe bellica.
Nel 1948 iniziò una lunghissima collaborazione, quasi quindicinale, con «Il Giornale d’Italia» che fa parte della storia di questo quotidiano e che durò fino alla fine degli anni ’70.
Nel 1961 la troviamo contemporaneamente in un’altra gloriosa testata, «Il Gazzettino» di Venezia, rapporto prolungato fino alla metà degli anni’80. E poi altri quotidiani e riviste, anche fuori confine, di cui si indica la mappatura quasi completa.



I gigli in ferro battuto, collocati su molti edifici storici aquilani come capochiavi di catene poste a salvaguardia antisismica e descritti in un famoso elzeviro su "Il Giornale d'Italia" 12-13 ottobre 1974.
(Foto: F. Giustizieri)
(Foto: F. Giustizieri)


GIORNALI

«Il Giornale d’Italia» n° 727 elzeviri che vanno dal 1948 al 1976;
«Il Gazzettino» n° 180 elzeviri che vanno dal 1961 al 1983;
«Gazzetta del Popolo» n° 88 elzeviri che vanno dal 1961 al 1968;
«Giornale dell’Emilia» n° 44 elzeviri che vanno dal 1950 al 1953;
«Corriere d’Abruzzo» n° 16 elzeviri che vanno dal 1938 al 1942;
«Il Resto del Carlino» n° 7 elzeviri anni 1953 – 1954;

elzeviri disseminati su:

«Il Popolo d’Abruzzo» – «La Tribuna» – «Il Tempo» – «Il Giornale di Napoli» – «L’Arena» – «La Gazzetta di Parma» – «Il Corriere della Liguria» – «Corriere d’Informazione» – «Corriere della Sera» – «Telesera» – «Roma» – «Il Tirreno» – «Unione Sarda» – «Il Giornale di Brescia» – «Il Giornale di Vicenza» – «Sole 24 ore» – «Il Messaggero» – «Abruzzo 7» – «Risorgimento» (di Buenos Aires) – «Il Popolo Italiano» (di Philadelphia).


RIVISTE

Racconti:

«La Fiera Letteraria» – «Realismo Lirico» – «Dimensioni» – «Nuova Antologia» – «Pagine Nuove» – «Oggi e Domani» – «La Vela» – «Il Sentiero dell’arte» – «Il Tripode» – «Realtà» – «L’Osservatore critico letterario» – «Nuovo Mezzogiorno» – «Il Ponte» – «La Rassegna d’Italia» – «Noi Donne» – «L’Elefante» – «Costellazione» – «Concerto» – «Fonte Gaia» – «Civiltà delle macchine» – «L’Italia che scrive» – «Caffè» – «Polemica» – «Persona» – «Pioniere» – «Giornale dei genitori» – «La Madre» – «Forum Italicum» – «Vie assistenziali» – «Vita dell’infanzia» – «La Vita scolastica» – «I Diritti della scuola» – «Argento vivo» – «Rotary Internazionale».

Questa continua ed ampia presenza, risolta in modo netto nella metà degli anni ’80 con una precisa volontà di interrompere ogni forma di collaborazione con la carta stampata, costituisce la testimonianza più autentica della consacrazione della nostra scrittrice ad una forma letteraria, l’elzeviro di terza, che raggiunse nel Novecento livelli sofisticati di scrittura giornalistica con i maggiori protagonisti del tempo, a cominciare da d’Annunzio, Ojetti, Cecchi, Cardarelli, nomi a cui la Bonanni, a buon diritto, si aggiunge.
Nella difficile classificazione delle molteplici e differenziate collaborazioni possono essere indicate, a grandi linee, due ampie aree tematiche d’intervento:
1. i racconti;
2. costume e società.

da: Gianfranco Giustizieri, Io che ero una donna di domani. In viaggio tra gli scritti di Laudomia  Bonanni, Consiglio regionale dell’Abruzzo, Editrice Cerbone, 2008.



Nel 2007 Anna Maria Giancarli, per la casa editrice «Tracce» di Pescara, ha esaminato e pubblicato, con relativo studio critico, una cartella della Bonanni contenente 144 elzeviri del periodo 1960 – 1965.                      
                                                    


Gli Elzeviri di Laudomia Bonanni che ho preso in esame coprono un arco di tempo che va dal 1960 al 1965 (soltanto uno è del 1959) e furono pubblicati su "Il Giornale d'Italia", testata con la quale iniziò a collaborare nel 1948, con un contratto in esclusiva per il Centro-Sud. L'attività giornalistica della Bonanni, sempre sostenuta ed incoraggiata da Goffredo Bellonci si sviluppò per circa un quarantennio e la sua firma apparve sulle terze pagine di molti autorevoli quotidiani nazionali, oltre che sulle più prestigiose riviste letterarie del tempo.
Per quanto riguarda il mio lavoro, va sottolineato che i materiali in mio possesso, costituiscono una piccola parte del tutto ma, nonostante ciò, sono risultati eccellenti per mettere a fuoco la complessa attività e la personalità di questa scrittrice  che, da anni, ha catturato il mio interesse. Gli Elzeviri della Bonanni possono essere considerati un materiale fluido che l'autrice riplasmava in modo più o meno profondo.  Anche in quelli da me esaminati ho trovato correzioni a mano o titoli diversi, oltre che la trattazione di temi e di figure che hanno trasmigrato nei suoi libri. Alcuni sono stati pubblicati più volte, per l'appunto con varianti, a volte impercettibili, sullo stesso "Giornale d'Italia", ma non sono a conoscenza della pubblicazione degli stessi su altri giornali.
Una scrittura come metafora di vita ci viene svelata attraverso la lettura degli Elzeviri, che costituiscono una preziosa testimonianza memoriale di un'epoca vicina ma già tanto segnata dall'oblio.


 
Un elzeviro tra narrazione e leggenda
 


E' noto che per Laudomia Bonanni l'attività letteraria abbia rappresentato un'essenziale, seppur tormentata, scelta di vita, un percorso esistenziale di conoscenza e creatività attraverso l'uso dello strumento linguistico. Laudomia scrive, quindi vive. Alla scrittura attribuisce la vera possibilità di ascoltare e decodificare il reale che, a sua volta, esiste proprio in quanto viene scritto, fissato e catturato allo scorrere del tempo. Scrittura quella della Bonanni concepita anche come un'arma, come veicolo di conquiste consapevoli, mai dirompenti ma orgogliose, tutte intessute di solitaria e metodica vita provinciale e delle stimolanti illuminazioni delle frequentazioni romane.
Tutto ciò traspare in modo evidente dai circa 150 elzeviri che ho letto, analizzato e selezionato. Questi micro testi trattano ovviamente diversi argomenti, manca ad essi una visione d'insieme, un impianto unitario, per cui ho sentito l'esigenza di raggrupparli in quattro sezioni, ciascuna preceduta da un'introduzione critica (Elzeviri sull'Aquila - Elzeviri sui luoghi - Elzeviri sui personaggi e argomenti vari - Taccuino televisivo) al fine di delinearne una qualche omogeneità attraverso linee  comuni.
Tali perle letterarie, dalla forma accuratissima che sconfina e s'allarga ma poggia sempre su una costruzione stilistica armonica e vigile, evidenziano uno spaccato puntiglioso di vita della sua città, connotata dal verismo della miseria, dai delimitati orizzonti piccolo - borghesi, dalla disagiata condizione femminile.
La sua penna implacabile registra il vero, disegna l'esistente con scioltezza e dinamicità, nonostante la densità della materia. Si resta colpiti dall'efficacia delle sue descrizioni, dalla sua abilità nel tessere intrecci intriganti, dai suoi piccoli capolavori di ritrattistica, dai suoi giochi di ironia. Tra l'altro siamo di fronte ad una scrittura che non intende commuovere, aspra e petrosa nel suo limpido manifestarsi, innovativa col suo ricorso al gergo popolare ed ai frequenti neologismi.   
Da questi elzeviri, inoltre, appare evidente che l'impegno in lei sia frutto di nobile partecipazione umana e non di volontà di denuncia o di qualsivoglia appartenenza. Vi è in essi la dolente consapevolezza dell'ineluttabile dolore della condizione umana.

                                                       Anna Maria Giancarli




Panorama della città dell'Aquila.
(Foto: E. Valeri)


Un ritratto dell’Aquila, quasi sconosciuto, nacque dalla richiesta di Pasquale Scarpitti, giornalista, poeta, caporedattore Rai, per la pubblicazione di un libro dedicato all’Abruzzo in cui coinvolgere, secondo i particolari rapporti affettivi, storici e culturali avuti con la regione, i più bei nome della cultura italiana e non.
  Così, nel 1972, per le edizioni «Sarus» di Pescara, vide la luce Discanto, raccolta di scritti sull’Abruzzo, con la partecipazione di nomi come Silone, Flaiano, Lilli, Piovene, Pomilio, Prisco, Rea, Titta Rosa, Valeri, Alberti, Guttuso, Miscia, Adamczak, Sciascia e tanti altri ancora.
  La Bonanni aderì con entusiasmo all’invito di Scarpitti con il racconto L’Aquila rivisitata, nato dal ricordo di un recente ritorno da Roma, dove ormai risiedeva da alcuni anni, insieme ad alcuni amici del salotto Bellonci. Sicuramente è la narrazione più bella della sua città che viene riproposta nella sua interezza.

  

  
«E’ incredibile aver visto per la prima volta il tortiglione di pietra che recinge a metà altezza i muri della ex scuola. La mia scuola – rimasta nella memoria un «vecchio edificio» - dalle elementari, quando le colonne del porticato servivano ai nascondarelli, e né allora né dopo mi aveva offeso la porta della segreteria privata del sesto acuto per renderla miseramente funzionale. Al portone d’ingresso, illeso, trovo ora la targa «Conservatorio di musica» (una sezione di Santa Cecilia) e ci sta benissimo. Immaginavo di risvegliare i consueti ricordi – l’uscita variopinta delle ragazze coi libri sotto il braccio – invece mi sono incantata alla pura armonia dell’«antica» architettura, al tortiglione sormontato da una balza di acanti sottili e frastagliati come un merletto.
  Altri palazzi antichi ospitano l’università, la biblioteca, la scuola di cultura drammatica, e i convegni del teatro stabile, il castello cinquecentesco l’elegante auditorium della società dei concerti e museo e pinacoteca. C’è perfino un palazzotto, mi pare si chiami dei Signori, sede, almeno una volta, di un circolo di cultura, che ha davanti la maculata statua d’imperatore (Carlo V?) in fastoso costume spagnolesco. (Meno corroso e ancora levigato, il Sallustio di piazza Palazzo, merlettato palazzo comunale d’un tempo.
  Ho sentito – può non essere vero, ma sono le cose a cui sono disposta a credere – che sia volto nella direzione dell’Ovidio sulmonese, come per un incontro in linea d’aria). Tutto comunque sembra aver ritrovato una collocazione, secondo l’epoca mutata, ma perfettamente congeniale.
  Non è che non conoscessi la mia città, anzi la riscoprii insieme ad amici scrittori, è una città che piace agli artisti. Quella unità architettonica, ancora venti anni fa riconoscibile, se non integra, il cemento armato va brutalmente manomettendola. Beninteso che lo sfondo di ogni strada, col cielo alto e nel cielo le montagne, mai potrà venire manomesso. E se si lascia il corso, standardizzato dall’intrusione del nuovo, se ci si addentra per le traverse nei vicoli, fino alle Porte e alle Mura, ancora c’è la pietra biscottata dal sole di secoli (certe pareti a picco del castello sembrano croccanti) ancora serba la sua faccia autentica. Sono stati questi i miei vagabondaggi dell’estate.
  E’ un susseguirsi di piazze e piazzette, ciascuna col suo palazzo settecentesco (l’aristocrazia cittadina vive a Roma, ma una volta l’anno riapre), a fronte la chiesa coi rosoni, il cui traforo ha sopravvissuto a terremoti e guerre, i portali a colonnine e bassorilievi – i duecenteschi leoni acquattati si ritrovano spesso – festoni nicchie statuine. E dovunque preziose bifore (quando non otturate a mattoni), modanature di pietra alle finestre, portoni a sesto acuto con stemmi nobiliari, ricorrente l’emblema di San Bernardino: Un santo che ha la sua magnifica chiesa, non nostro, il toscano dalle prediche bonarie e frustranti, così affine per certi versi allo spirito caustico degli aquilani. E c’è la incomparabile basilica di Collemaggio, dove Celestino papa umile e fortissimo, arrivò cavalcando un asinello.
  Carica di storia è la frase abusata, e città di Federico e città del 99. Tanti i castelli e le chiese, nonché i 99 rintocchi alla torre di Palazzo. (La fontana dalle 99 cannelle, curiosità dei turisti, è poi un monumento unico, chiuso nel segreto delle vie di tanta acqua). Piuttosto che i castelli, in seguito i palazzi patrizi, direi le piazzette. E, oggi, quasi giurerei sulle 99 chiese, un tale numero ne ho rinvenuto. Le piccole nascoste, le abbandonate, le dimenticate, le snaturate, riconoscibili al portalino anche se un residuo, anche se squadrato a cemento per uso di magazzino, c’è perfino un garage. La profusione dell’antico è del resto tale che sarebbe impossibile rispettarlo e conservarlo tutto. Nobili pietre di una nobile città, la cui presenza attesta natali remoti e memorabili. Ma, se pure l’ho ignorata durante il mio vagabondaggio a ritroso nel tempo, esiste angusta provincia per la vicinanza di Roma, che offre una sua modernità aggiornata e turisticamente valida.
  Riparto per l’autostrada – l’A 24, un’ora di viaggio – la cui bellezza è così congeniale al luogo a cui conduce, una domenica sera di questa torrida estate, nella fiumana di macchine targate Roma, fra i romani che vanno a prendere una boccata d’aria fresca, tonica, avendo a un passo ormai più la nostra montagna che il loro mare».


                                                                                   
Laudomia Bonanni

 
L'Aquila: i Portici e Corso Vittorio Emanuele II, sullo sfondo il Gran Sasso d'Italia.
La Bonanni fece un accurato ritratto di questo luogo nel settimanale di attualità e cultura "Omnibus" del 9 luglio 1950.
(Foto: E. Valeri)
 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu