Il bambino di pietra. Una nevrosi femminile. - LAUDOMIA BONANNI

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Il bambino di pietra. Una nevrosi femminile.

Le opere
 
 


Ho ripescato nell’armadio a muro dello stanzino sgombro la valigia di quando andavo
all’università per gli esami. Non so come mi sia venuta l’idea di frugare nei ripostigli di casa,
pieni dei nostri resti e del deprimente tanfo di vecchiume. Alla ricerca di me stessa? […].
Non ricordo d’aver tolto di mezzo questa valigia, eppure devo essere stata io. Gl’indumenti
smessi mi appartengono e i libri li ho recuperati già al tatto. I piccoli libri della Biblioteca
Universale Sonzogno Cent. 30, forse appartenuti a un nonno. […].
Non sapevo di averli serbati né che fossero in questa valigia. […].
Si apre dove ritagli di giornale sono rimasti in mezzo alle pagine. […].
Stavo appallottolandolo i pezzi di giornale, poi li ho rilasciati. Due cronache: curiose,
anzi strane. Una da Torino: caso rarissimo di calcificazione fetale. Litopedio, dal greco: il
bambino di pietra. Nel ventre di una donna operata d’urgenza, questo corpicino tutto formato
"che sembrava fatto di alabastro". Citato da un certo (per me) Heinrich Martius, un altro antico
caso di litopedio scoperto durante l’autopsia di una novantaquattrenne e lo portava in grembo
da quarantasei anni.[…].

Laudomia Bonanni, Il bambino di pietra. Una nevrosi femminile, Bompiani, Milano, 1979, pp. 137 e segg.



È la Bonanni stessa a darci il titolo di questo suo libro e a notare come la rivelazione di ciò che andava scrivendo le sia venuta, quasi per caso, rileggendo vecchie pagine di giornali rimasti imprigionati in un vecchio libro racchiuso in una valigia dimenticata, proprio nel periodo in cui Il bambino di pietra si andava delineando.
Protagonista è Cassandra, narratrice in prima persona, presa dal tentativo di un recupero del passato attraverso un viaggio nella memoria alla ricerca dei motivi reconditi che hanno dato alla sua vita un esito diverso da quello ipotizzato.
Cassandra è sposata, ma rifiuta sdegnosa la maternità e questo è il suo dramma fondamentale.
La sua è una storia di «nevrosi d’angoscia» che la conduce nello studio di uno psicanalista  ma il percorso si trasforma in un’autoanalisi perseguita alla ricerca di un significato accettabile della propria esistenza.
Alla domanda di un giornalista del perché questo libro, la Bonanni rispose:


È una domanda un po’ strana da fare ad un autore. Evidentemente ho sentito il bisogno di
scriverlo. Non è un libro autobiografico come si è creduto un po’ troppo. È autobiografico
nella misura in cui lo è un qualsiasi libro di qualsiasi autore. L’ho scritto perché è stato un
argomento che mi si è imposto. La protagonista donna è un po’ la protagonista di tutto quello
che ho scritto.


Anche qui il tema della liberazione della donna in un itinerario di sradicamento dalle convenzioni borghesi, dove la madre di Sandra diviene la figura simbolo del potere matriarcale in tutte le sue connotazioni negative e dove, a chiusura del romanzo, la nipote della protagonista, Amina, rivela la capacità di raccogliere il testimone con il coraggio di tagliare il proprio cordone ombelicale con atti dimostrativi di nuovi rapporti con l’altro sesso.
Libro di successo: terzo al premio «Strega» di quell’anno, vinto da Primo Levi con La chiave a stella, su sei finalisti votati dagli «Amici della domenica» di casa Bellonci, entrato nella prima «rosa» dei libri partecipanti al «Viareggio» 1979 ma poi eliminato, accolto con favore dalla critica seppur con qualche riserva.
In copertina una xilografia del pittore ed incisore tedesco Erich Heckel dal titolo Fränzi in piedi, eseguita nell’autunno del 1910 ma inspiegabilmente datata 1911 nel risvolto di copertina, raffigurante la modella-bambina Fränzi, figura prepuberale, dalla forma allungata con angoli acuti e dallo sguardo sottile, modella preferita dal gruppo artistico «Die Brücke» di cui Heckel faceva parte.

  


 
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