La rappresaglia - LAUDOMIA BONANNI

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La rappresaglia

Le opere
 
 
L'eremo di Santo Spirito a Maiella (Roccamorice), luogo di narrazione del romanzo.
(Foto: G. Colacito)
 
 
 


Un romanzo e due rifiuti

A ottobre 2003, a L'Aquila, alla presentazione dell'edizione postuma de La rappresaglia, curata da Carlo De Matteis, chiesi la cortesia di parlare di una mia iniziativa: la raccolta di materiale per un Epistolario della Bonanni. Dissi che in una lettera a Maria Bellonci - in data 14 aprile 1949 - Laudomia le chiese un parere da inviare a Mondadori il dattiloscritto di Stridor di denti, o presentarlo a un concorso bandito a New York da Harper & Brothers. "Che fine ha fatto questo romanzo?" - avevo chiesto a Pietro Zullino che aveva subito ricordato sia il titolo, sia la cartellina rossa contenente il dattiloscritto. Alla mia domanda non era in grado di rispondere. Gianfranco Giustizieri trovò poi una dimenticata nota su "Noi donne" (1949), in cui si accennava a un romanzo della Bonanni, dallo stesso titolo e di prossima pubblicazione. Una conferma:  ma il romanzo esisteva ancora?
Nel volume I dell'Epistolario Bonanni da me curato (2006), a p. 45 scrivevo: "Un discorso a parte merita il romanzo postumo La rappresaglia, di cui non conosciamo con certezza la scrittura originaria (E' forse Stridor di denti?)." Era una domanda buttata lì per fare effetto, oppure qualcosa di più di una mia sensazione? Seguivo una traccia? Chiedevo aiuto agli specialisti? Il titolo era diverso, ma frasi e intere pagine sul narratore anziano, ben identificabili all'interno del testo de La rappresaglia per una diversa e più appannata coloritura, rispetto a una probabile stesura originaria di Stridor di denti, mi facevano pensare a un unico romanzo che, decantato lungo i decenni più fertili della produzione di Laudomia Bonanni, era approdato nel 1984-85 a una finale stesura.
Gianfranco Giustizieri, in "Io che ero una donna di domani" (2008), ripubblicò un articolo della Bonanni, totalmente dimenticato, dal titolo Una donna tra le mogli, apparso di taglio basso su "Il Giornale d'Italia", il 27 aprile 1952: era un sunto ben strutturato, quasi una scaletta del romanzo La rappresaglia, che sarebbe stato presentato a Bompiani nel 1985 e rifiutato dall'editore. Era "anche" il sunto di Stridor di denti? Per quale arcano itinerario era passato questo travagliato romanzo, forse scritto nel 1949 e riscritto nel 1984-85?
Nel 2011, rinunciando al cartaceo, pubblicavo su CD-Rom - in edizione fuori commercio e in soli 50 esemplari, destinati a biblioteche - Affettuosamente Sua Laudomia Bonanni che corrispondeva a un volume II dell'Epistolario Bonanni. Conteneva anche la parte essenziale del fascicolo "Laudomia Bonanni", conservato alla Fondazione Mondadori, con il carteggio Bonanni-Mondadori. Il 10 febbraio 1950 Alberto Mondadori le scrisse: "[…] a proposito della Sua nuova opera "STRIDOR DI DENTI" […]. Ho l’impressione che il romanzo, pur tenendosi in un clima d’arte assai elevato, non tocchi la completezza espressiva cui era giunto il "FOSSO"; e che pertanto non sia opportuno farlo uscire nella stessa collezione che ha visto il largo successo di critica dell’altro Suo lavoro. Mi perdoni la franchezza del giudizio ma creda, gentile Signora, che esso è dettato unicamente dal vivo desiderio di presentare al nostro pubblico una Sua opera totalmente riuscita […]. Per "STRIDOR DI DENTI" La lascio quindi completamente libera di disporre presso altri editori."
Nell’inviargli il romanzo, a dicembre 1949, la Bonanni aveva chiesto a Arnoldo Mondadori la cortesia di una risposta entro 15 giorni. "La mia premura di far uscire il libro - precisava la Bonanni - è legata al suo contenuto." Il "no" di Mondadori che seguiva il rifiuto, da parte dello stesso editore, di un libro per ragazzi e della raccolta Palma e sorelle, indignò la Bonanni che prese il treno per Milano, dove mai era stata, per incontrare Arnoldo Mondadori: non fu ricevuta. Il dattiloscritto le fu restituito. Non si è conservato il parere scritto di chi, alla Mondadori, lesse il romanzo. Nel 1985 il rifiuto della Bompiani de La rappresaglia fu il colpo di grazia: Laudomia Bonanni posò la penna e non scrisse più. Stridor di denti forse non fu presentato al concorso di Harper & Brothers, perché in America, dove le carte relative a quel concorso sono conservate, non è stata trovata traccia della nostra scrittrice.
Ho trovato di recente una dimenticata pagina della Bonanni. Molti anni prima, il carattere di Vanzi anziano ne La rappresaglia era già perfettamente delineato, poiché frasi intere, da quella pagina dimenticata erano approdate nel romanzo La rappresaglia. Il personaggio di Vanzi anziano nella realtà si chiamava Giovannino. Era un dipendente delle Poste. La Bonanni lo aveva conosciuto giovane. Tornata a Caramanico, dopo lunga assenza, Laudomia Bonanni aveva saputo che Giovannino era impazzito. Quindi, per strette ragioni di tempi, il Vanni anziano non poteva essere contenuto in una redazione 1949 del romanzo.
Nel 1949 scottava sulla pelle il ricordo atroce della guerra e la Bonanni era tra i pochi narratori del neorealismo. Nel 1984 preferiva gli ambienti borghesi. Questo spiega la differente forza fra le vecchie e le nuove parti del romanzo che sono appesantite dall'amarcord. Passaggi di testi, lunghi o brevi, da un romanzo a un racconto, da un elzeviro a una novella, da un inedito a uno scritto giornalistico, con titolo identico o diverso, con varianti e con innesti, sono una caratteristica della scrittura della Bonanni e oggi ampiamente noti e studiati.
Che Stridor di denti e La rappresaglia siano lo stesso romanzo, in due diverse versioni, lontane nel tempo, non abbiamo al momento la prova definitiva. La ricerca continua.

                                     

                                                                Fausta Samaritani




[…]. Al centro del libro vi è una singolare figura femminile, "la Rossa" il personaggio più forte e radicale concepito dalla scrittrice, una partigiana catturata da una banda di fascisti che decide di fucilarla dopo che ella avrà partorito la creatura di cui è gravida. Nell’inedito capovolgimento dei ruoli abituali – i fascisti alla macchia e una donna partigiana – sta la chiave interpretativa del libro, che intende da un lato raccontare, senza scelte di parte o intenti revisionisti, «la vita, le passioni, le angosce, la guerra e il sangue» del tragico momento storico seguito alla caduta del fascismo in un paese di montagna; dall’altro affidare alla protagonista un messaggio ideologicamente rivoluzionario nella rivendicazione della funzione determinante e biologicamente superiore della natura femminile nell’ordine della vita e nella storia, contro ogni concezione tradizionale e comunemente accettata, compresa quella cristiana.
Ne scaturisce una rappresentazione di lacerante complessità affidata ad una equidistante voce narrante, nella quale non è arduo riconoscere quella della stessa scrittrice, mai, come in questo romanzo della tarda maturità, così intellettualmente libera e femminilmente eversiva.


Carlo De Matteis

Così nel risvolto di copertina dell’opera postuma dovuta all’intuito e all’intelligenza di Carlo De Matteis e all’iniziativa editoriale della casa editrice Textus che, nel 2003, vollero riprendere il manoscritto rifiutato da Bompiani e consegnarlo al pubblico dei lettori e alla critica. In copertina un bassorilievo di Giacomo Manzù, Morte del partigiano.
Nel mese di marzo 2013 The Reprisal (La rappresaglia) è uscito negli Stati Uniti, per le edizioni University of Chicago Press, a cura delle docenti Susan Stewart e Sara Teardo dell’Università di Princeton.




 
 
 

Come Emile Zola, che alla fine dell’Ottocento denunciò con il suo romanzo La disfatta il degrado materiale e spirituale provocato dalla guerra nei singoli e nelle collettività, Laudomia Bonanni appartiene a quella specie di narratori che nelle loro opere scelgono di rappresentare l’antiretorica della guerra. Negli anni 1948-1949, vincitrice del premio "Amici della Domenica" e del Bagutta con la raccolta narrativa Il fosso, che comprende importanti racconti di guerra, la scrittrice aquilana dimostra sin dall’esordio a livello nazionale la necessità di raccontare il recente e doloroso vissuto storico, al pari di molti scrittori italiani.
A differenza di  Vittorini, Revelli, Calvino, Berto, Pavese, Fenoglio, Rigoni Stern, Moravia, Viganò, Meneghello, Morante ed altri che espressero la poetica neorealistica della "fame di realtà" e della politicizzazione della letteratura, Laudomia Bonanni rappresentò però un caso a parte nel  particolare filone letterario della narrativa di guerra italiana, tematizzata sul secondo conflitto mondiale, sulla Resistenza e sul dopoguerra. La scrittrice aquilana rifiutava infatti la poetica dell’"impegno" ed era convinta dell’estraneità delle ragioni politiche alla letteratura, affermando anzi la sua "impoliticità". Proprio per questa scelta a Laudomia Bonanni va assegnato  tra i romanzieri italiani del secondo Novecento un posto a sé, vicino e al tempo stesso distante dal Neorealismo e dalla  successiva ripresa del realismo. Vicina al Neorealismo la Bonanni lo è per l’immediatezza e la riscoperta del dato reale umano e quotidiano, per il rigetto di una scrittura intimista e dell’arte della pura forma, per la volontà di esplorare la realtà regionale e nazionale e per la documentazione rigorosa dell’abbrutimento causato dalla guerra e dal dopoguerra. L’influsso neorealista è visibile anche stilisticamente nell’assenza di trasfigurazioni lirico simboliche degli eventi, nella predilezione sintattica della paratassi, nella riappropriazione di un linguaggio basso, che allargava quindi il pubblico dell’opera. Lo scarto maggiore dalla linea del Neorealismo è invece segnato dalla mancata promozione dei diritti e dei valori delle classi più povere, dal rifiuto di un’esplicita funzione educativa da assegnare alla letteratura, dall’assenza nei suoi scritti di sentimenti antifascisti e filo resistenziali e di una dichiarata ideologia politica progressista.
La narrativa di guerra della Bonanni è rappresentata dalle raccolte Il fosso (1948-1949) e Città del tabacco ( pubblicata nel 1977, riuniva racconti usciti sulla stampa nel ventennio  dal 1948 al 1968, testimoniando la continuità dell’interesse della Bonanni per le vicende della guerra),  e dai romanzi L’imputata (1960) e L’adultera (1964),  incentrati sul degrado del primo dopoguerra. Nel 1985  la scrittrice propose a Bompiani di pubblicare La rappresaglia, un romanzo di guerra che però non convinse l’editore. L’opera - che in Italia ha visto la luce postuma solo nel 2003, edita da Textus, a cura di Carlo De Matteis, e che nel 2013 è stata tradotta in inglese negli Usa da Sara Teardo e Susan Stewart, in prima stesura si intitolava Stridor di denti, da un passo del Vangelo di Matteo sui patimenti dell’Inferno: "Ma i figlioli del regno saranno gettati nelle tenebre: lì sarà pianto e stridor di denti"
(VIII,12).   
Si tratta della più importante opera dedicata dalla Bonanni alla rappresentazione della guerra e ha un impianto narrativo complesso, articolato su una lunga analessi di fatti avvenuti nel corso del conflitto mondiale per arrivare infine al tempo della stesura, che il narratore scrive quando ormai è vecchio, rielaborando il suo diario giovanile. La storia si colloca dopo l’armistizio dell’8 settembre del ‘43, l’ambientazione rimane quella consueta delle montagne abruzzesi, la narrazione ha andamento corale, i personaggi appartengono sempre a ceti umili, ma Laudomia Bonanni, prendendo le distanze dagli scrittori neorealisti che privilegiavano storie della Resistenza, rovescia questo luogo comune e  racconta la vicenda di un gruppo di fascisti che in seguito ad  azioni  partigiane scappano dal loro paese e si rifugiano su un eremo, nel quale è individuabile l’Eremo di Santo Spirito a Maiella, vicino Roccamorice. Il ribaltamento operato nella trama de La rappresaglia si fa più evidente quando  i fuggiaschi catturano una partigiana incinta, la Rossa, che giustiziano dopo il parto, ritenendola coinvolta in un attacco partigiano che aveva causato la perdita di vite umane.
Anche sul piano formale La rappresaglia rivela una spiccata originalità per la prevalenza dello stile dialogico su quello referenziale e si distingue per la frequenza delle riflessioni e dei giudizi generali sull’esperienza bellica espressi in forma di sentenze e aforismi pronunciati dai personaggi. Quest’ultima componente denota come si fosse fatto strada nella Bonanni il bisogno di riconsiderare gli sconvolgimenti bellici in modo più distaccato e teorico, pur se la narrazione anche ne La rappresaglia rimane sostanzialmente ancorata alle vicende individuali. Nuovo è soprattutto il linguaggio del romanzo, inconsuetamente duro e sapientemente adeguato alla brutalità della vicenda che ruota intorno a un omicidio. Opposto alla ferocia del mondo contaminato dalla guerra è il personaggio di un giovane prete, capitato all’eremo di passaggio. La sua è la parola della civiltà e della religione, della pace e del perdono, ma non riesce a salvare dal suo tragico destino la prigioniera, di cui  però il prete porta in salvo la figlia appena nata.
La dura legge militare che i fascisti hanno deciso di applicare non viene modificata da nessuna pietà, perché in guerra chi semina morte riceve morte e la guerra è "la catena del diavolo", sentenzia il vecchio contadino Baboro, a cui i partigiani hanno ucciso il figlio. Man mano che la truce vicenda si sviluppa, si moltiplicano le sentenze sulla guerra, spesso condivise dai rappresentanti delle tre diverse ideologie presenti nel racconto, il  fascismo, la resistenza e il cristianesimo. Il modo in cui i singoli uomini considerano le guerre, pare voler dire la scrittrice, non ha quindi nulla a che fare con le idee politiche che scatenano i conflitti, i quali una volta avviati seguono leggi proprie provocando sempre identici sconvolgimenti e distruzioni nella vita della gente comune. L’andamento sentenzioso del racconto si coglie in diverse situazioni, sintetizzando in forme brevi le tragedie di ogni personaggio e facendole assurgere ad esperienza collettiva. In tal  senso una figura esemplare è il ragazzo dei Bellorio, incattivito dalle sofferenze e ormai privato della sua fanciullezza: "La guerra svezza prima del tempo", "La guerra fa spietati anche i bambini" dicono gli altri di lui, e di questa ineluttabile contaminazione dell’infanzia il piccolo Bellorio diviene definitivamente simbolo e vittima nella scena spettrale dell’esecuzione della prigioniera.
"La guerra non lascia nemmeno l’odore del mondo di prima. E dappertutto così, tutta la terra un falò", sentenzia il narratore, al quale la Bonanni assegna i discorsi più significativi, rendendolo portavoce del contrasto tra i fascisti e la partigiana, affidando invece alla Rossa l’importante tema della crescita delle donne per migliorare il mondo.
L’accusa della partigiana contro i fascisti che la uccideranno assume infine il  tono apocalittico di una  minacciosa profezia che si adempie nell’epilogo della storia, ricostruito molti anni dopo dal narratore. La vita aveva infatti provveduto a fare la sua rappresaglia contro gli artefici dell’esecuzione della Rossa, condannati a una conclusione tragica o a una conduzione patetica delle loro esistenze. Anche il narratore, unico sopravvissuto dello sciagurato gruppo di balordi, sconta la sua colpa con l’ossessione di non aver mai più ritrovato la figlia della donna, svanita nel nulla insieme al prete, e rivela la sua consapevolezza di essere per sempre condannato alla sofferenza: "tanta gente scomparsa. I bombardamenti e le deportazioni. Paesi bruciati. Popolazioni decimate. E dopo si voleva dimenticare. Ma non si può dimenticare".
Le parole conclusive che la scrittrice scrive sulla guerra sono affidate al personaggio che narra il suo ultimo romanzo, un portavoce della Bonanni, quasi una sua controfigura. Anche lui maestro e scrittore, anche lui conquistato e poi deluso dal credo fascista come avvenne alla scrittrice aquilana, vuole come lei "raccontare la vita, le passioni e le angosce, la guerra e il sangue"; è insomma "un impavido spettatore",  "un guardone psicologico" che al pari della sua creatrice ha scelto questo modo per "farsi coinvolgere dalla vita" indagando sulle persone e facendone dei personaggi.
La riuscita del romanzo sta dunque nell’adesione totale dell’autrice non solo al narratore che è il suo doppio, ma a tutti i personaggi, nella condivisione perfetta dei loro punti di vista, dei loro pensieri e del loro sentire.

                                                                              Lucilla Sergiacomo

 
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